Si è concluso il contest fotografico dedicato a uno degli eventi religiosi più sentiti della nostra città: “La Processione del Venerdì Santo a Civitavecchia”. Un appuntamento sempre coinvolgente e dal forte impatto emotivo e visivo, che ha ispirato i Soci a raccontare attraverso l’obiettivo un momento di profonda spiritualità, fede e tradizione popolare.
La fotografia vincitrice del contest è stata scelta tra tutte quelle proposte tramite votazione interna sulla nostra pagina Facebook accessibile ai Soci: è un’immagine di grande forza simbolica e narrativa ed è stata realizzata da Giovanni Canu.

L’immagine colpisce immediatamente per l’impatto visivo essenziale ed evocativo: un mucchio di croci accatastate al centro della navata, circondate da catene sparse. L’autore sceglie il bianco e nero per togliere ogni distrazione cromatica e invitare a concentrare l’attenzione sui contrasti tra le forme, i materiali e i significati. La prospettiva centrale, perfettamente bilanciata, conduce l’occhio dello spettatore in un cammino silenzioso tra il peso del legno e quello del ferro. È un’immagine che racconta la fatica, la redenzione, la dimensione collettiva della manifestazione e la tradizione di un rito antico. E riesce a farlo senza mostrare volti né gesti: solo simboli, essenziali e potenti.
Abbiamo raggiunto Giovanni per chiedergli qualcosa in più riguardo la sua foto ed il suo modo di interpretare questo particolare evento. Queste le domande che gli abbiamo posto:
D: Cosa ti ha colpito e ti ha spinto a scegliere proprio questa scena?
R: Quello che mi ha colpito è stato il forte impatto di tutte quelle croci e catene adagiate sul pavimento. È un’immagine che avevo già visto in passato, ma che ogni volta mi suscita una reazione intensa. La trovo estremamente suggestiva, quasi ipnotica nella sua potenza simbolica, ma allo stesso tempo profondamente angosciante. È come se quegli oggetti fossero impregnati di dolore, di penitenza, di storie non dette. Raccontano un silenzio che pesa. E proprio per questo ho sentito il bisogno di fermare quel momento attraverso la fotografia.
D: Cosa rappresenta per te la Processione del Venerdì Santo?
R: Per me rappresenta un momento di grande riflessione sul dolore e sul sacrificio. Non è soltanto il ricordo della sofferenza di Cristo, ma è anche una potente metafora del dolore umano, di quello che tante persone nel mondo stanno ancora vivendo oggi. Guerre, carestie, ingiustizie: il Venerdì Santo, con la sua intensità simbolica, mi fa pensare a tutte queste sofferenze contemporanee, che spesso colpiscono credenti e non credenti indistintamente. È un’occasione per fermarsi, per guardarsi dentro, ma anche per guardare fuori e sentirsi parte di un’umanità che continua a cercare riscatto.
D: C’è un’emozione o un messaggio preciso che intendi trasmettere attraverso questa foto?
R: Se potessi esprimere un desiderio attraverso questa immagine, sarebbe quello di lanciare un appello universale: basta guerre. Vorrei riuscire a far arrivare, anche solo per un istante, l’assurdità del dolore che ci infliggiamo gli uni con gli altri. So bene che è un’utopia, che una foto non può cambiare il mondo… ma se potesse almeno far riflettere qualcuno, se potesse innescare un pensiero, un dubbio, un’emozione, allora avrebbe già compiuto qualcosa di importante. La fotografia, in fondo, può essere un gesto di pace.
D: Quali consigli daresti a chi vuole raccontare eventi di forte significato religioso attraverso la fotografia?
R: Direi di non avere paura di raccontare anche ciò che può sembrare “forte” o scomodo. La fotografia religiosa, se vuole davvero toccare l’animo, deve scuotere le coscienze, non limitarsi alla semplice rappresentazione estetica. C’è bisogno di immagini che vadano dritte al cuore, che parlino anche a chi non ha fede, che pongano domande più che offrire risposte. Questo, almeno, è il mio punto di vista da fotografo… e, come dico sempre, da semplice mortale.
La capacità di sintesi visiva che caratterizza lo scatto di Giovanni si lega perfettamente, a nostro modo di vedere, allo spirito della manifestazione. Nel suo racconto dell’evento Roberta Galletta, storica e autrice locale, scrive e ricorda che quella del Venerdì Santo – o “del Cristo Morto” – è una tradizione antichissima, probabilmente nata intorno all’anno Mille. Originariamente nota come “Processione degli Incappucciati”, vedeva sfilare penitenti con il volto coperto, come atto di umiltà e redenzione.
La tradizione narra che alcuni fedeli di Civitavecchia sollecitarono San Bonaventura da Bagnoreggio, di passaggio nel piccolo borgo portuale diretto a Lione, a fondare nel 1274 una confraternita simile a quella costituita dallo stesso Santo a Roma nel 1263, chiamata Compagnia dei Raccomandati alla SS. Vergine, perché aveva ricevuto in sogno l’apparizione della Madonna che gliene aveva ordinato la fondazione. Tale Confraternita fu chiamata anche “La Bianca” per il saio bianco indossato dai confratelli o della “Santa Croce”, per il loro distintivo che raffigurava una croce bianca e rossa in campo azzurro. Da allora la processione si è trasformata, conservando però il suo significato profondo: il cammino della penitenza che conduce alla rinascita. In passato, il corteo ospitava anche un condannato a morte graziato, che sfilava incatenato ma libero, simbolo vivente della misericordia divina.
Oggi, la tradizione continua con la stessa intensità: ogni anno la processione attraversa le vie di Civitavecchia portando con sé non solo le croci e le catene, ma anche un patrimonio di fede, storia e comunità.
Il nostro contest fotografico ha voluto rendere omaggio a questo straordinario evento e la foto di Giovanni Canu ha saputo coglierne con sensibilità e intelligenza tutto lo spirito della manifestazione Complimenti a Giovanni e a tutti i partecipanti che hanno contribuito al racconto complessivo dell’evento, realizzando immagini autentiche, suggestive e profonde che proponiamo nella splendida galleria che segue l’articolo.
Buona visione!!
– Franco Di Claudio






















































